L’Alta via dei Silenzi (A.V.6)

Note tratte dalla pubblicazione di Italo Zandonella Callegher “Alta via Europa 6”

Nel 1972 Toni Sanmarchi pubblicò, per i tipi della Tamari Editori in Bologna, la guida “Alta Via dei silenzi” mettendo subito il lettore in stato d’allerta : «…non è questa, una delle classiche vie come si usano definire i percorsi oggi di moda attraverso i più famosi gruppi delle Dolomiti. I quali hanno anche gli inconvenienti dovuti alla meritata celebrità che godono e che derivano, in sostanza, dalla frequenza eccessiva, per lo più localizzata in alcune parti, e quindi dalla presenza di una folla eterogenea e scomposta…».
Dunque, è un’Alta Via diversa! Per ambiente, per carenza di punti d’appoggio simili a quelli che si trovano sulle altre Alte Vie, per la selvaggia solitudine dei luoghi.
L’itinerario, infatti, pur sviluppandosi in parte nel territorio prealpino, presenta caratteristiche anche più severe di quelle tipiche dell’alta montagna dolomitica. Basti pensare alla calura di certe giornate estive, o alle nebbie frequenti, o alle improvvise bufere, o all’escursione termica veramente sensibile.
I sentieri che fino a una cinquantina di anni fa erano numerosi e ben battuti, oggi sono parzialmente scomparsi fra le erbacce o sotto le frane. Restano i principali, quelli tenuti efficienti da volonterosi addetti ai lavori. Lungo questi tracciati segnalati, a volte anche attrezzati, qualche volta incerti ma mai impossibili, corre “l’Alta Via dei silenzi”.
Ma perché “dei silenzi”? Fra queste montagne, specialmente nella
parte mediana e finale del percorso, non c’è anima viva.
Neppure le
greggi d’un tempo. Pochi anche gli animali, stupidamente cacciati, anche se oggi si nota un discreto ripopolamento. C’è tanto silenzio, ecco. Da qui il battesimo azzeccato di Toni Sanmarchi, alias “Capitan Barancio”.
Qualche struttura attualmente si è venuta via via aggiungendo o migliorando a beneficio dell’escursionista. Oggi, al termine di ogni tappa, è possibile trovare riparo in un decoroso rifugio o in uno spartano, ma provvidenziale bivacco fisso. Ed è già molto. Quando negli anni Sessanta del secolo scorso il buon alpinista Wolfgang Herberg, uno degli ultimi esploratori moderni, ripercorse il Duranno e il Col Nudo sulle orme di Lothar Patéra, dovette constatare che tutto era rimasto “come al tempo della prima scoperta” e le ore impiegate per la perlustrazione corrispondevano al doppio e anche più di quello utilizzate dai pionieri dell’Ottocento o dei primi Novecento. Non trovò più i sentieri, quelli rimasti erano incerti e le casère – poveri ma insostituibili punti d’appoggio – erano fatiscenti, cadute sotto il peso degli anni e dell’incuria. Era tornato il silenzio, appunto…
Lungo quest’Alta Via l’isolamento è idilliaco, non traumatico;
l’ambiente appare oltremodo solitario e selvaggio; la montagna è rimasta quella dei primordi. Diciamo che tutto ciò è bello! Ma questo non porti a facili sottovalutazioni. Più l’ambiente è severo e solingo, più devono aumentare le precauzioni. Sicurezza, resistenza, allenamento, organizzazione e studio delle carte e delle guide sono qui indispensabili più che altrove. Si ricordi sempre che i posti di soccorso non sono vicini.
L’ Alta Via delle Dolomiti n. 6 o “dei silenzi” ha origine là dove nasce il Fiume Piave, nell’altopiano umido ai piedi del Peralba, sulla testata della Val Visdende, e raggiunge Vittorio Veneto traversando i gruppi montuosi del Rinaldo, delle Tèrze, dei Clap, dei Monti di Sàuris, del Tiàrfin, del Crìdola, degli Spalti di Toro e Monfalcóni, del Duranno-Cima dei Preti e del Col Nudo-Cavallo. Proprio alle Sorgenti del Piave, fiume sacro alla Patria, questa Alta Via incontra e sposa quella proveniente dall’Austria, dagli Alti Tauri. Insieme proseguono e diventano Alta Via Europa 6, in amicizia e
serenità, senza barriere ideologiche.
L’Alta Via delle Dolomiti n. 6 si mantiene a una quota media di 2000 metri, con difficoltà su roccia non rilevanti, ma con frequenti tratti su terreno scabroso, a volte esposto e insidioso (particolarmente lungo talune varianti) specie nella zona Duranno-Cima dei Preti. Esistono, peraltro, attrezzature fisse nei tratti più impegnativi. Uno dei problemi più rilevanti di questo percorso, particolarmente nella sua parte centrale e meridionale, è la mancanza d’acqua. Fino a luglio si può usufruire della neve accumulata nei canali; poi bisogna rassegnarsi a scendere fino ai torrenti…
Un privilegio offerto da queste montagne sono le grandi vedute, gli spazi ampi e maestosi. Ma come sempre nelle Prealpi, la nebbia è spesso presente e la vista resta possibile solo al mattino presto. I cambiamenti del tempo, infine, vanno studiati con meticolosità evitando di farsi sorprendere impreparati fra queste lande desolate e deserte, seppur fantastiche.
Detto questo possiamo solo ripetere con Toni Sanmarchi: “l’Alta
Via dei silenzi” è ancora la montagna del buon Dio. Possa, chi vorrà
percorrerla, unitamente ai vantaggi di un sano esercizio fisico, trovare i
motivi di una toccante, intima soddisfazione estetica e spirituale”.
Ricordiamo, per correttezza, che alcuni Autori hanno modificato
la sequenza originale del percorso, adattandolo ai gusti personali o
a quelli dei loro fruitori o alle esigenze turistiche, qua e là stravolgendo
il percorso originale italiano con strane varianti e portando l’Alta Via ad una lunghezza eccessiva: quindici giorni e più, invece di undici e con tappe anche di sole due-tre ore in un giorno. È vero che queste sarebbero le ferie ideali e rilassanti, ma noi abbiamo preferito rimanere nella tradizione dei “vecchi tempi”, anche se qualche tappa può apparire un po’ severa nella lunghezza o nel dislivello. Undici giorni, comunque, sono ragionevolmente sufficienti per percorrere il “ramo” principale dell’Alta Via delle Dolomiti n. 6, senza ricorrere a gare di velocità o primati che qui non hanno ragion
d’essere. Un consiglio: chi volesse effettuare l’Alta Via delle Dolomiti n. 6 rispettando la tabella di marcia proposta, dovrà possedere una solida base di allenamento. Alcune tappe sono obbligatoriamente lunghe e senza punti di appoggio e tutto sarebbe più facile (ma anche più pesante) se si avesse una tendina al seguito. Alcune tappe lunghe, comunque, permettono spostamenti in taxi o altro automezzo da un punto all’altro, esempio: da Erto a Cimolàis e Cellìno (sconsigliabile farla a piedi); da S. Martino per l’Alpàgo; da Campón a Vittorio Veneto. Ma i giorni di percorrenza potrebbero aumentare inserendo:
1) la salita da Sappàda alle Sorgenti del Piave per il “Sentiero
Frassati”;
2) la traversata alta dei Monfalcóni;
3) la deviazione per la Capanna Tita Barba e la Casèra del Cavalét.
Ed altre; dipende da come si sono impostate le proprie ferie.
La parte italiana dell’Alta Via Europa 6, può essere suddivisa in tre
parti ben distinte, corrispondenti ai principali gruppi attraversati:

  1. Peralba, Rinaldo, Clap (rifugio De Gasperi), Tiàrfin;
  2. Crìdola, Spalti di Toro e Monfalcóni, Cima dei Preti-Duranno;
  3. Col Nudo-Cavallo.
    Allo scopo di appagare “quasi” ogni desiderio e velleità, vengono descritte diverse varianti. Queste hanno lo scopo di offrire maggiori
    possibilità di scelta, ma anche qualche difficoltà in più, peraltro non
    rilevanti.
    Anche in questa guida, rispetto a quella di Toni Sanmarchi uscita
    nel 1972, sono state apportate alcune modifiche e aggiornamenti al
    tracciato originale. In questi anni, infatti, qualcosa è cambiato, sia
    morfologicamente che per adeguati interventi degli organi preposti
    alla manutenzione ed alla attrezzatura dei vari tratti del percorso.
    Ciò non ha tolto nulla all’originalità dell’opera e dell’idea; semmai
    c’è stata la volontà di migliorarla e di qualificarla ulteriormente, nel
    rispettoso ricordo del suo ideatore.

La lunga escursione è stata suddivisa in tappe giornaliere, ognuna delle quali ha precisi punti di riferimento, di partenza e di arrivo, che possono essere un rifugio, un bivacco, una malga, un semplice ricovero. Questi punti di appoggio sono aperti, di norma, dal 20 giugno al 20 settembre, salvo variazioni dovute alla quota o ad altri motivi che verranno via via elencati nel corso della descrizione tecnica. Sia i rifugi che le malghe (queste sono numerose ed accoglienti specialmente in Austria) offrono vitto e alloggio, a volte spartano, ma sempre genuino e familiare.
I bivacchi sono sempre aperti e incustoditi e al loro interno è possibile trovare solo qualche suppellettile, brande, materassi e coperte. In piena stagione estiva è consigliabile prenotare il soggiorno previsto nei rifugi con un certo anticipo (vedi numeri telefonici nella scheda di ogni rifugio), particolarmente nel mese di agosto. Per una semplice questione di rispetto e di correttezza nei confronti delle altrui esigenze si raccomanda di disdire con tempestività – ove possibile – le eventuali mancate presenze, anche se già pagate. Le tappe sono state concepite in modo tale che, dal punto di

partenza al punto di arrivo, cioè da un posto tappa all’altro, il tempo di percorrenza, per un normale escursionista allenato e preparato, abbia un arco variabile da un minimo di ore 2,30-3 a un massimo di 9 ore. In questo modo, soprattutto per coloro che partiranno presto al mattino, ci sarà la possibilità di riposare, di rilassarsi o di visitare i dintorni del punto di appoggio scelto come posto tappa. È sottinteso che ogni tappa può essere percorsa autonomamente, cioè partendo da un punto d’appoggio diverso o da un paese di fondovalle. Questi sentieri di collegamento tornano utili anche in caso di fuga o di semplice abbandono del percorso principale. Per
sapere quali e dove sono questi sentieri, basterà consultare, oltre alla
Bibliografia, le carte topografiche della zona interessata i cui estremi
sono elencati nella Scheda tecnica.


Tabella degli itinerari

Seconda tappa – Da Sappada al rif. De Gasperi attraverso il P.sso Elbel

Dislivello: 800m in salita e 260m in discesa – Tempo di percorrenza 4 ore – Sentieri 314,315 e 201

Da Sappàda località Granvilla, 1218 m, si scende per la strada asfaltata fino al Camper Park. Da qui si va a destra (ovest, poi sud) fino a toccare il Piave che si passa su un ponticello per seguire, sul segnavia 314, la stradina che penetra nella valletta del Rio Storto e termina a quota 1258 m dove incontra il Rio del Gufo. Il sentiero 314 prosegue buono lungo il torrente che ora assume il nome di Rio Enghe. A quota 1434 m si lascia a destra il segnavia 314 che sale al Passo Oberenghe (vedi VARIANTE I) e si prende il ramo di sinistra che porta il numero di segnavia 315. Questi ben presto passa il rio e
si innalza, con stretti tornanti, sulla costa ertissima fino a un salto con bella cascata. Il sentiero traversa diagonalmente sotto il salto e giunge all’imbocco del solitario circo ghiaioso del Ciadìn di Èlbel. Piegando verso sud e stando sulla sinistra orografica del Ciadìn, si rimonta la parte superiore e si giunge infine al Passo Èlbel, 1963 m, inciso fra le Crete Brusàde e il margine orientale della Cresta di Enghe. Ore 3 da Sappàda Granvilla.
Dal Passo Èlbel si scende a sud per il vecchio sentiero di guerra che presto incontra il sentiero 202A, staccatosi dal 202 proveniente dal Passo Oberenghe. Sempre restando sul 315 si continua ora verso est, si aggira la base del Campanile di Mimòias e, attraversato un magro bosco con mughi, si giunge al poggio della Casèra di Clap Piccolo dove ci si immette nel sentiero 201 che giunge dalla Casèra Mimòias. Seguendo a sinistra il 201 verso nord, quindi a est, si passano i due rami del Rio Pradibosco, si risale una china e si perviene al Rifugio Fratelli De Gasperi, 1767 metri.
Ore 1 dal Passo Èlbel.
Ore 4 da Sappàda Granvilla.
Il Rifugio “Giuseppe, Gian Battista e Luigi Calisto De Gasperi”, ottime
figure di alpinisti e scienziati friulani, è posto su un costone boscoso ai piedi del Cretón di Clap Grande ed è di proprietà della Sezione di Tolmezzo del CAI. Circondato da guglie ardite e da belle pareti di dolomia, sorge in posizione amena, dominante la Val Pesarìna.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *